Hauptinhalt
Il reddito di cittadinanza
Una scelta ecosociale

Europaparlamentarier Sepp Kusstatscher
“Nulla è più potente di un’idea quando i suoi tempi sono maturi”
Victor HugoSicuramente non è capitato solo a me: quando si sente dire per la prima volta che lo Stato potrebbe e dovrebbe erogare un reddito minimo a tutti e senza condizioni, viene da pensare che si tratti di una mera utopia, o di un’idea balzana. “Ma allora – ribattono subito in molti - chi ci andrebbe più a lavorare?”. Non di rado, si scomoda perfino l’apostolo Paolo, col suo celebre detto “chi non lavora neppur mangi”.
Tuttavia, se proviamo a riflettere più a fondo sui nostri attuali problemi economici, ecologici e sociali, per esempio il diffondersi incessante della povertà, l’emarginazione, la disoccupazione di lunga durata, o anche il numero crescente di giovani in condizioni di lavoro precarie, ci rendiamo conto che il reddito di cittadinanza incondizionato potrebbe essere una soluzione con cui ottenere un triplice obiettivo, ossia:
• combattere la povertà,
• porre un freno allo sperpero di risorse naturali
• consentire a ciascun individuo di realizzarsi con maggiore libertà.
Certo, il reddito di cittadinanza incondizionato è un progetto audace, ma dovremmo avere il coraggio di pensarci e di discuterne in modo aperto e approfondito.
Due brevi premesse sui tabù e sulle utopie
Che la società del lavoro retribuito stia ormai volgendo al termine, è un dato di fatto.La tesi secondo cui il sistema economico attuale possa dare un lavoro retribuito a tutti i cittadini si rivela sempre più infondata. D’altra parte, è innegabile che il lavoro, nel senso di occupazione, rivesta un valore importante per la persona e aiuti molti di noi a sentirci realizzati. Tuttavia, è altrettanto innegabile una contraddizione stridente: nonostante la crescita economica, la povertà relativa e reale sta aumentando, rendendo pressoché impossibile la promessa sociale di garantire una vita dignitosa a ciascun individuo. Inoltre, non possiamo ignorare un’altra contraddizione, ossia che pur essendoci lavoro in abbondanza, molte persone sono disoccupate, o lavorano in nero, o sono sempre più povere pur avendo un lavoro.
A proposito di utopie
Il dibattito politico dovrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di soffermarsi su idee nuove e spunti creativi, analizzandoli e approfondendoli anche quando, a prima vista, appaiono utopici o irreali. Non è ammissibile che nel confronto politico ci siano dei tabù, e affondare le idee innovative solo perché non appaiono realizzabili oggi significa arrestare l’evoluzione della società e sopprimerne il progresso ideologico. La politica, infatti, deve essere molto di più che la mera ricerca di soluzioni tecnocratiche a breve termine, o il tentativo disperato di mettere una pezza dopo l’altra ad un sistema che ormai ha più buchi che sostanza.Quando c’è la volontà, una strada si trova. Quando manca la volontà, invece, una scusa si trova sempre.
La mia proposta: un reddito di cittadinanza per affrontare la crisi ecologica e sociale
L’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo recita:“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza, e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fratellanza.”
Da queste parole, dai toni piuttosto solenni, scaturisce il mio impegno in favore di un reddito di cittadinanza incondizionato per ogni essere umano.
„Liberi ed eguali in dignità e diritti“ – recita la dichiarazione: ebbene, per realizzare finalmente quest’obiettivo occorrono idee nuove, e sono convinto che il reddito di cittadinanza incondizionato sia una strada possibile per conseguirlo.
Assicurare ad ogni cittadino una garanzia economica minima è un impegno etico e morale che non ammette deroghe. Solo un reddito che garantisca una vita dignitosa, infatti, consente a una persona di agire e decidere in libertà. Senza questa garanzia, nessuno può sentirsi un componente a pieno titolo della società.
Che il sistema attuale non funzioni è sotto gli occhi di tutti: non riusciamo più ad arginare e tanto meno a sconfiggere la povertà, a limitare lo spreco di risorse, ad avere un rapporto responsabile col Pianeta e a gestirne le risorse in modo tale che tutti si sentano parte integrante della società. L’ingiustizia e le disuguaglianze continuano ad aumentare ed è chiaro per tutti che siamo in una strada senza uscita.
Ebbene, il reddito di cittadinanza incondizionato può essere un nuovo inizio per uscire da questo vicolo cieco.
Innanzi tutto, è una soluzione equa.
Poi, è un sistema che rende liberi, poiché permette ad ogni persona di decidere autonomamente senza vincoli economici: ciascuno può e deve chiedersi che cosa desidera realmente fare.
Inoltre, potrebbe sviluppare un formidabile potenziale creativo.
Arrestando il circolo vizioso dell’accumulo illimitato e indiscriminato di ricchezza, creerebbe finalmente più spazio per la riflessione, per il tempo libero, e per un rapporto più responsabile e consapevole con le nostre risorse.
Infine, è un modo per far emergere uno stile di vita più sobrio e responsabile.
È vero: un reddito di cittadinanza incondizionato è un’utopia. Ma anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è un’utopia. Forse per questo dovremmo smettere di impegnarci per metterla in pratica?
Perché occorre una svolta radicale?
Il nostro attuale sistema economico non funziona più: nonostante una sfilza di strumenti sempre più raffinati di politica occupazionale, sociale, fiscale o economica, continuano ad aumentare la povertà e l’ingiustizia, sempre più persone vivono emarginate dalla società, e lo spreco dissennato di risorse non accenna a diminuire. Prima di tutto, quindi, è una questione di etica: ogni persona ha diritto ad una vita dignitosa, poiché il nostro Pianeta appartiene a tutti e con gli stessi diritti, e i suoi quattro elementi principali, ossia aria, acqua, sole e terra, esistono per tutta l’umanità. Ma se dell’aria e del sole possono ancora disporre tutti gratuitamente, l’acqua è sempre più oggetto di privatizzazione, e per il quarto elemento, la terra, indispensabile per produrre il cibo, la spartizione e la privatizzazione iniziarono fin dal momento in cui l’uomo divenne stanziale, proseguendo poi incessantemente nel corso dei millenni. Risultato: la Terra è suddivisa in modo iniquo, tanto che tre- o quattrocento famiglie possiedono ormai la metà delle ricchezze del Pianeta, mentre sei miliardi di persone devono accontentarsi dell’altra metà.
La politica sociale
Al giorno d’oggi, la politica sociale si è ridotta a mera gestione della povertà. L’obiettivo di sconfiggere la miseria, invece, ci appare sempre più lontano e irrealizzabile. Nonostante le innumerevoli dichiarazioni solenni e continue misure sociali congegnate fin nell’ultimo dettaglio, la povertà ha ancora dimensioni spaventose, anzi, negli ultimi anni è cresciuta in termini sia relativi, sia assoluti. Aumenta la fascia della popolazione che vive in povertà, nel contempo aumentano le ricchezze dei miliardari, e il divario tra ricchi e poveri si fa sempre più ampio. Tutto ciò è abominevole, non solo per i poveri, ma per chiunque abbia una responsabilità politica, nel senso più ampio del termine.Pur essendosi dotata di sistemi previdenziali complessi, la politica sociale ha fallito nel suo compito di sconfiggere la povertà e di promuovere una ridistribuzione equa della ricchezza. Per di più, il finanziamento delle politiche sociali è ormai in un vicolo cieco: uno stato già depauperato di risorse dovrebbe erogare prestazioni sufficienti ad un numero sempre maggiore di persone, ma riducendo sempre di più il prelievo fiscale e quindi le proprie entrate.
È chiaro, quindi, che per sconfiggere davvero la povertà occorrono soluzioni nuove.
Il mercato del lavoro
Anche la politica per l’occupazione, coi suoi strumenti classici, si dimostra incapace di migliorare efficacemente le condizioni di vita e di lavoro. È ormai assodato che la piena occupazione non è più realizzabile, e l’idea che tutti i cittadini in età lavorativa debbano avere un lavoro retribuito è storicamente sorpassata. Negli ultimi cinquant’anni, il processo d’industrializzazione, automazione e razionalizzazione ha fatto sì che oggi non servono tutti i cittadini in età lavorativa per produrre i beni e i servizi richiesti dal mercato. Nel contempo, anche le retribuzioni stanno diventando insufficienti per vivere, e perfino chi lavora a tempo pieno fa sempre più fatica a mantenere una famiglia. E se tra gli occupati sta aumentando la povertà, il fenomeno della disoccupazione, fonte di grave emarginazione, per il momento non appare risolvibile.Anche per questi motivi dovremmo avere il coraggio di pensare a nuove forme di occupazione, diverse dal lavoro retribuito.
La politica fiscale
Le imposte non sono più distribuite equamente, anzi, la distribuzione del prelievo fiscale è sempre più in contrasto col principio della capacità contributiva. Chi realizza i profitti maggiori, infatti, riesce a sottrarsi al fisco, tanto che già Helmut Kohl, quando era ancora cancelliere in carica, si rammaricò in pubblico che lo Stato non riuscisse a riscuotere le imposte da chi guadagnava di più. Travolta da una tendenza neoliberista, la res publica, ossia il nostro bene comune, perde sempre più importanza. Di fatto, le risorse per finanziare gli interventi pubblici sono sempre più esigue, da un lato per effetto delle privatizzazioni, e dall’altro per l’incapacità del sistema impositivo a far partecipare la collettività ai grandi profitti ottenuti con le operazioni speculative.In realtà, le risorse pubbliche derivano in massima parte dalla tassazione pesante del lavoro retribuito, il che rende ancora più elevato il costo del lavoro, spingendo le imprese da un lato a ridurre gli organici, e dall’altro a operare una stretta sui salari. Siamo in un circolo vizioso che appare inarrestabile.
È un meccanismo sempre più iniquo, e proprio questa sensazione di iniquità spinge le persone ad isolarsi dalla collettività e ad illudersi che l’unica via d’uscita sia quella di abbandonare la solidarietà sociale. Invece di inasprire i controlli o varare interventi di politica sociale sempre più farraginosi – come il pacchetto Hartz VI in Germania – sarebbe molto meglio affrontare il problema di fondo, ossia l’equità del sistema e il rispetto del principio di uguaglianza.
Il sistema economico
Il nostro attuale sistema economico funziona solo a condizione che il prodotto interno lordo continui a crescere ininterrottamente, col risultato di produrre un accumulo avido e costante di ricchezza, che si traduce in sovrapproduzione da un lato, e depauperamento irresponsabile delle risorse naturali dall’altro. La trasformazione profonda dei processi lavorativi ed economici ha determinato un aumento enorme della produttività, tanto che oggi, almeno nei paesi cosiddetti “sviluppati”, i sistemi economici sono cosí ricchi che potrebbero garantire a tutti una vita più che dignitosa, sconfiggendo la povertà. Un reddito di cittadinanza è quindi realistico, e non più un’utopia come ai tempi di Thomas Morus. In realtà, per la prima volta nella storia, la sovrapproduzione, l’aumento smisurato dei consumi e l’eccesso di beni in circolazione sono diventati addirittura un problema, e anche molto serio, basti pensare ai cambiamenti climatici o allo smaltimento dei rifiuti industriali.È evidente, quindi, che se vogliamo difendere la nostra vita e quella delle generazioni future sul Pianeta, questo sperpero di risorse è del tutto inaccettabile. Attualmente, molti di noi si comportano, producono e consumano come se avessero a disposizione un secondo o perfino un terzo pianeta di riserva.
Inoltre, l’impoverimento attualmente in atto non è solo materiale, ma riduce anche la partecipazione alla vita sociale, emarginando, o facendo sentire emarginate, sempre più persone. La paura di ridursi in povertà è un fenomeno che fino a venti o trenta anni or sono non si conosceva in queste dimensioni. Ecco perché noi fautori del reddito di cittadinanza vogliamo sottolineare anche i risvolti umanistici e culturali che rendono ormai indispensabile un mutamento della società del lavoro.
A tale proposito, sono significative le parole del sociologo tedesco Ulrich Beck:
„… l’equazione tra povertà e mancanza assoluta di prospettive è una novità del nostro tempo, poiché alla luce dell’enorme aumento della produttività, questi “esclusi” sono diventati inservibili nella cultura capitalista ormai fissata sul lavoro. Al giorno d’oggi, si possono massimizzare i profitti o vincere le elezioni anche senza di loro. La disoccupazione di massa e la povertà, quindi, non sono più viste come una sconfitta, bensí come una vittoria delle società del lavoro moderne. “
Già nella Bibbia …
La diatriba sul lavoro e la sua retribuzione traspare perfino dalle pagine della Bibbia.Da un lato, si cita spesso l’apostolo Paolo, che nella seconda lettera ai Tessalonicesi stronca l’ozio con una condanna senz’appello: „Chi non lavora nepppur mangi.“
Ma sempre nella Bibbia, troviamo un passaggio in cui s’afferma che il diritto di mangiare non è riservato a chi lavora: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, né raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre; e voi non valete più di loro?”. (Matteo, 6, 26)
Sempre Matteo, nella parabola degli operai nella vigna, ci racconta che quando giunsero „quelli dell’undecima ora“ e ricevettero lo steso salario di coloro che avevano lavorato duramente per tutta la giornata, ai mormorii di quest’ultimi il padrone della vigna rispose „O non sarà il tuo occhio che si fa cattivo dal momento che io sono buono?”.
L’origine storica di otium e neg-otium
Anche la storia ci dimostra che la società del lavoro come la conosciamo oggi, in realtà, è un costrutto degli ultimi due secoli. Soprattutto il lavoro retribuito, che oggi molti considerano l’unico modo pensabile di gestire la propria vita, fino all’età moderna era visto in modo assai diverso.Nell’antichità, l’uomo aveva un’idea del lavoro assai diversa dalla nostra:
- per un uomo libero, lavorare era considerato offensivo della propria dignità;
- esisteva una gerarchia ben definita fra le diverse attività: i più stimati erano gli oratori e i politici, poi si scendeva al livello dei contadini, fino ad arrivare alle categorie più disprezzate: commercianti, artigiani e prestatori di denaro;
- era impensabile che il lavoro svolto da una persona fosse un fattore d’identificazione sociale, anzi, guadagnare denaro lavorando era un’abitudine esecranda;
- infine, era diffusa la convinzione che un lavoro degradante fosse nocivo alla personalità.
Nella tradizione giudaico-cristiana, il lavoro era considerato un’espiazione dell’umanità dal peccato originale: l’uomo era condannato per punizione divina a guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Solo nel Medioevo il lavoro cessò di essere stigmatizzato, e fu considerato un servizio, pur con la chiara distinzione fra servizi per il sovrano, corvè e funzioni religiose.
Nel Duecento, per esempio, Tommaso d’Aquino attribuiva al lavoro diverse finalità:
- procurarsi i beni necessari per vivere;
- prevenire l’ozio, considerato padre di molti vizi;
- mortificare il corpo, domando cosí i desideri della carne;
- produrre beni in eccesso da donare nella carità.
Fu solo con l’avvento dell’illuminismo e l’emergere della borghesia che il lavoro assunse una nuova connotazione. Chi non lavorava, infatti, non poteva più essere partecipe del bene comune, e diventò sempre di più scontato che il successo o l’insuccesso dipendessero dall’impegno e dall’abilità individuale. Solo allora, nella neonata società del lavoro, si cominciarono a considerare “virtù” la parsimonia, la diligenza, la puntualità, l’alacrità e la rinuncia. E fu cosí che nacque l’economia come disciplina scientifica che considerava l’uomo un mero soggetto economico, e non più un essere ad immagine e somiglianza di Dio, o uno zoon politikón come nella cultura classica. Negli scritti di Jean J. Rousseau il rifiuto di lavorare emerge, per la prima volta nella storia, come “peccato” sociale.
Si smise quindi di riconoscere i risvolti positivi dell’otium, lo si presentò come un vizio inopportuno, e si rivalutò invece l’immagine sociale del suo contrario, ossia di quel neg-otium che, da quel momento, divenne sinonimo di attività economica e produzione di profitto.
Addio società del lavoro? Sì, addio società del lavoro!
Tanto la storia quanto i passi della bibbia dimostrano che il nostro attuale concetto di lavoro non è di lunga data, e tanto meno un dogma scolpito nella roccia. Ma allora perché facciamo cosí fatica a immaginare una società diversa, non più imperniata sul lavoro?Di fatto, siamo giunti a una svolta epocale simile a quella che si verificò circa due secoli fa. Perpetuare il passato non ha più senso, anche perché il modello della previdenza sociale pubblica, che risale a Bismarck, oggi è sempre più incapace di integrare tutti i cittadini nella società, e le ingiustizie sono sempre più manifeste. Ecco perché dovremmo dire apertamente e definitivamente addio al concetto attuale del lavoro e al modello di società che vigeva nel ventesimo secolo.
„Chi perpetua il passato – affermò un giorno l’ex cancelliere tedesco Willi Brandt – non ha futuro”. Ma ancora più incisive furono le parole di Albert Einstein: la mentalità e le strategie che hanno creato i problemi attuali, sono le meno idonee a risolverli.
Le opportunità di un reddito di cittadinanza incondizionato
Come abbiamo visto e capito da tempo, cosí non si può andare avanti: stiamo mettendo una pezza dopo l’altra ad un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti, un sistema iniquo in cui la povertà sta crescendo e il mercato del lavoro non funziona più. Occorre dunque una svolta paradigmatica, e soprattutto il coraggio di ricominciare in modo diverso.Nella Carta sociale europea votata nel 1961 dal Consiglio d’Europa, è stabilito il diritto di ogni persona al lavoro, a una retribuzione equa, a condizioni di lavoro sicure e sane, e alla previdenza sociale.
Il reddito di cittadinanza incondizionato potrebbe essere la strada per arrivarci.
Un modo nuovo di concepire il lavoro
Il reddito di cittadinanza farebbe nascere un vero “mercato” del lavoro i cui protagonisti – ossia lavoratori e datori di lavoro – potrebbero interagire in uno stato di piena parità: ciascuno sarebbe libero di decidere il valore da attribuire al lavoro, i lavoratori non sarebbero più costretti a contrattare un salario per sopravvivere, e i datori di lavoro, dal canto loro, potrebbero pianificare il fattore lavoro ad un valore di mercato calcolabile.Molti dei problemi di oggi, come il precariato dilagante, i trucchi del lavoro interinale o delle famigerate “co-co-co”, il malcostume dell’eterno apprendistato, l’abuso dei tirocinii per procurarsi lavoratori a basso costo, il lavoro nero, le norme sul licenziamento e cosí via, diverrebbero del tutto obsoleti, o quantomeno sarebbero fortemente ridimensionati.
Liberata dal vincolo del lavoro retribuito, l’occupazione riacquisterebbe il suo valore intrinseco. L’occupazione, infatti, è un elemento che può dare un senso alla nostra vita, ma non necessariamente sotto forma di lavoro retribuito. Anzi, il lavoro retribuito diventa spesso uno strumento di potere e di dominio, come scriveva Ralf Dahrendorf più di vent’anni or sono: “Quando il lavoro viene a mancare – sosteneva il celebre sociologo - i signori della società del lavoro perdono le basi del proprio potere”.
Col reddito di cittadinanza incondizionato, tutto l’apparato di gestione dello stato sociale, immenso e inefficiente, potrebbe essere sostituito da un sistema più vicino alle esigenze dei cittadini, con enormi semplificazioni e risparmi di spesa. Per esempio, il reddito di cittadinanza non solo renderebbe superflue molte norme complicate, farraginose e in parte discriminanti – come quelle del pacchetto Hartz IV in Germania o del sistema pensionistico italiano – ma abolirebbe di fatto molti istituti che oggi lo Stato deve regolamentare, rattoppare, controllare, sfruttare a fini impositivi o sovvenzionare col gettito fiscale. Ci sarebbe molto meno bisogno di provvidenze sociali erogate a pioggia, sparirebbero l’indennità di disoccupazione, gli assegni familiari, le borse di studio, la pensione minima, l’assegno di maternità, le esenzioni fiscali e le sovvenzioni pubbliche, e verrebbero meno molti meccanismi complessi e burocratici nella gestione delle politiche sociali e del mercato del lavoro.
Un prelievo fiscale al servizio dell’equità
Inoltre, ci sarebbero le premesse per migliorare l’equità con nuove forme di prelievo fiscale sui consumi. Se sostenuta da un reddito di cittadinanza incondizionato, infatti, la politica fiscale potrebbe finalmente ritornare alle proprie funzioni storiche, ossia:- gestire e manovrare la cosa pubblica facendo in modo che chi ha più ricchezza e consuma di più sia chiamato a dare un contributo maggiore, vale a dire una funzione solidale. Chi consuma di più, infatti, è giusto che paghi più tasse rispetto a chi ha uno stile di vita più sobrio. In questo modo, chi vive nel lusso e nell’eccesso dovrebbe finanziare una parte prevalente della spesa pubblica;
- gestire le entrate in modo che la res publica abbia le risorse per garantire a tutti l’accesso al bene comune, vale a dire una funzione ridistribuiva;
- indirizzare il prelievo applicando il principio dell’internalizzazione dei costi, o del “chi inquina paga”, il che equivale a una funzione sostenibile. Chi danneggia le risorse naturali, infatti, deve sobbarcarsene tutti i costi, e questo principio farebbe sì, per esempio, che il consumo di risorse non rinnovabili sarebbe tassato molto di più, per evitare che i danni arrecati siano scaricati sulla collettività.
Il fattore lavoro, invece, resterebbe del tutto esentato dal prelievo fiscale.
L’adozione di un reddito di cittadinanza incondizionato, quindi, richiederebbe una riforma fiscale radicale e concordata a livello europeo. Proprio così: dovremmo avere il coraggio di pensare grandi idee e di metterle in pratica.
Cittadini più liberi e più responsabili
Sovente, si sente dire che col reddito di cittadinanza nessuno lavorerebbe più, poiché in ogni caso il pane e il companatico ci pioverebbero addosso come la manna dal cielo. Molti sostengono anche che il reddito di cittadinanza sarebbe un regalo iniquo ai fannulloni, sulle spalle di chi lavora e paga le tasse. Oppure: l’ozio è il padre dei vizi. È con queste o simili argomentazioni che si preferisce soffocare sul nascere ogni confronto serio sul reddito di cittadinanza.Eppure, se a un gruppo di persone si chiede quanti dei presenti, con un reddito minimo garantito in tasca, passerebbero la vita a bighellonare o addirittura ad annoiarsi, è raro che qualcuno confermi, anzi, a tutti verrebbero in mente migliaia di idee e possibilità per vivere la propria vita in modo più utile e creativo, potendosi emancipare dall’assillo costante di guadagnare soldi per vivere.
Adottando il reddito di cittadinanza, dovremmo riformare anche la pubblica istruzione, facendone uno strumento di reale emancipazione. A quel punto, infatti, la formazione scolastica e l’educazione permanente avrebbero lo scopo primario di insegnare ai cittadini a gestire in modo autonomo e responsabile la propria vita. Se tutti potessero contare su un reddito di cittadinanza, le attività non retribuite del volontariato, del lavoro domestico, dell’educazione dei figli, dell’assistenza ai non autosufficienti, della solidarietà di vicinato e molte altre attività cosí utili ed essenziali per la società, acquisterebbero subito un valore diverso.
Inoltre, la possibilità di dedicarsi alla propria creatività, ad occupazioni culturali e artistiche, o anche semplicemente all’ozio, renderebbe le persone molto più umane.
Certo, il reddito di cittadinanza sarebbe un progetto audace, ma proprio alla luce di queste considerazioni dovremmo avere il coraggio almeno di prenderlo seriamente in considerazione. Sarebbe anche un modo per dare al lavoro un valore diverso e indipendente dalla retribuzione. L’antico sogno della nostra società di liberarsi dal giogo del lavoro si potrebbe finalmente avverare, e per esempio non sarebbe più un rischio avviare un’attività imprenditoriale in un settore nuovo o inconsueto, poiché tale scelta non comporterebbe più il pericolo di precipitare in uno stato di povertà.
Al contrario, sono convinto che non è obbligando le persone a lavorare che possiamo risocializzare un emarginato, un fannullone o un criminale, ma semmai aprendogli la strada della libertà, dell’istruzione e della cultura, e integrandolo cosí nella società. Il lavoro retribuito non è l’unica forma di inclusione sociale, e nemmeno la più efficace.
Il reddito minimo garantito – Un sogno antico
L’idea del reddito di cittadinanza non è certo nata oggi. Già Thomas Morus (1478 – 1535) nel suo trattato “Utopia” del 1516, proponeva un reddito minimo garantito.Dieci anni dopo, Johannes Ludovicus Vives von Löwen formulò per la prima volta una serie di argomentazioni che ancora oggi suonano molto attuali nel dibattito sulla lotta alla povertà.
Ma il momento in cui il reddito di cittadinanza balzò prepotentemente alla ribalta fu la pubblicazione del saggio di Friedman “Capitalismo e libertà”, uscito nei primi anni Sessanta negli Stati Uniti e ben presto approdato in Europa. Oggi, in tutto il mondo si discutono varie forme possibili di reddito di cittadinanza, partendo da posizioni politiche anche assai diverse. Fra i tanti riferimenti possibili, ricordo la rete mondiale BIEN (Basic Income Earth Network), fondata a Barcellona nel 2004 da studiosi ed esponenti di varie organizzazioni sociali, religiose e politiche, con l’intento di realizzare un reddito di cittadinanza garantito e incondizionato per tutti i cittadini. (Maggiori informazioni sul sito, sempre attuale: www.basicincome.org )
Il livello di competenza: regionale, nazionale, europeo o mondiale?
In tutto il mondo, la legislazione fiscale e sociale è quasi sempre di competenza nazionale. Il mercato del lavoro e la previdenza sociale, invece, sono spesso gestiti a livello regionale e in qualche caso perfino dai comuni.Per maturare esperienze pratiche col reddito di cittadinanza, può essere senz’altro opportuno iniziare ad applicarlo a livello regionale. In Germania, per esempio, la regione Turingia, presieduta attualmente da Dieter Althaus (del partito cristiano democratico), ha già elaborato un modello relativamente concreto di reddito minimo garantito a livello regionale. Un problema ancora irrisolto resta però il fatto che la modifica delle norme fiscali – necessaria a realizzare il reddito di cittadinanza – per il momento è di competenza nazionale.
Ma è chiaro che a medio o lungo termine dovrà essere l’Unione Europea ad adottare una normativa comune nel settore tributario e sociale. Bruxelles, quindi, non deve più limitarsi ad armonizzare il sistema economico, poiché in questo modo ha già prodotto uno sgretolamento dello stato sociale, creando di fatto condizioni di mercato inique all’interno dell’Unione. Ed è ormai evidente che alla lunga né le regioni, né i paesi membri possono pensare di affrontare da soli questi problemi.
L’Unione Europea deve quindi attivarsi, ricordando le parole di Ulrich Beck: . „L’atteggiamento autoreferenziale dei paesi membri e la vecchia mentalità stanno bloccando ogni approccio organico nel dibattito sulla povertà.“
Ma chi finanzierà il reddito di cittadinanza?
Allo stato attuale, in quasi tutti i paesi europei il gettito fiscale, e quindi le risorse per finanziare la spesa pubblica, derivano dalla tassazione del reddito da lavoro. Il reddito di cittadinanza, invece, costringerebbe tutti i paesi europei, se già non lo avessero fatto, a riformare radicalmente i propri sistemi fiscali. A quel punto, il prelievo fiscale graverebbe soprattutto sui consumi, sulla proprietà patrimoniale, sugli utili e sull’incremento di valore. Il lavoro, invece, sarebbe del tutto esente da imposte.Inoltre, va applicato in modo molto più sistematico il principio di internalizzazione dei costi ambientali. Chi inquina o danneggia le risorse naturali, deve addossarsene tutti i costi, e ciò significa, per esempio, tassare molto di più il consumo di risorse non rinnovabili. In generale, chi consuma molto deve pagare più imposte di chi adotta uno stile di vita più sobrio, e ciò significa che chi vive nel lusso deve contribuire più degli altri a finanziare la spesa pubblica.
Questa svolta è indispensabile, poiché se andiamo avanti col sistema attuale, rischiamo una polarizzazione politica e sociale dalle conseguenze imprevedibili. Le tensioni tra i ricchi e i poveri si stanno acuendo, e chi conosce la storia, sa bene che le ingiustizie inizialmente causano tensioni, ma prima o poi scatenano conflitti e contrapposizioni assai più devastanti.
Del resto, ci sono parecchie ipotesi interessanti per finanziare il reddito di cittadinanza incondizionato, e per capire quale sia la più idonea, occorre approfondirle, discuterle e metterle alla prova.
E dopo?
Molti quesiti sono ancora aperti e vanno approfonditi, e fra questi figurano l’entità del reddito da erogare e le forme di finanziamento. Una riforma del sistema fiscale che faccia pagare molto ai ricchi e nulla ai poveri è talmente audace che, almeno a breve termine, sarà difficile trovare una maggioranza disposta ad approvarla. Inoltre, restano da esaminare molti aspetti della politica sociale, e le ricadute sul mercato del lavoro sono oggetto di valutazioni divergenti e quindi ancora tutt’altro che chiare. Occorreranno riflessioni e studi per capire esattamente quali delle attuali misure o provvidenze sociali si potranno abolire in tutto o in parte. A mio avviso, per esempio, è scontato che una persona malata o non autosufficiente avrebbe diritto a prestazioni specifiche al di là del mero reddito di cittadinanza. Né è pensabile che lo Stato in tutti i settori riscuota tariffe piene a totale copertura delle spese, per esempio nella pubblica istruzione. Non sarà nemmeno facile chiarire che cosa ne sarà delle pensioni più elevate, i cui percettori potranno rivendicare i diritti acquisiti maturati coi sistemi pensionistici in vigore fino ad oggi.Ma prima di addentrarsi in questioni di dettaglio che potrebbero far naufragare l’idea o farla apparire irrealizzabile, dobbiamo dare delle risposte oneste e realistiche a una serie di quesiti fondamentali che ci troviamo ad affrontare ogni giorno, e a quel punto l’idea del reddito di cittadinanza può apparire, come appare a me, una prospettiva assai promettente dal punto si vista ecologico e sociale.
Prima di tutto, per la pace e la giustizia sociale occorre più equità. È uno scandalo, per esempio, che la povertà continui ad aumentare nonostante l’incremento della ricchezza prodotta. Inoltre, per motivi ecologici dobbiamo ridurre drasticamente il consumo delle risorse naturali. Produrre beni in eccesso è semplicemente irresponsabile, poiché significa distruggere le risorse vitali delle generazioni future.
L’idea radicale di un reddito di cittadinanza incondizionato potrebbe essere una spinta per uscire dal vicolo cieco dell’attuale politica sociale ed ambientale, e per spianare la strada alla svolta paradigmatica di cui abbiamo urgente bisogno.
Analogamente a quanto sta facendo nella politica ambientale, l’Unione Europea deve avere il coraggio di assumere, nei confronti del mondo, un ruolo precursore anche nella politica sociale, nella gestione del mercato del lavoro e nella lotta alla povertà. Pertanto, vogliamo e dobbiamo avviare un confronto ampio e approfondito per capire come si possa ottenere una buona qualità della vita anche senza il lavoro retribuito, e come sia possibile garantire a tutti libertà e democrazia, migliori condizioni di vita e di lavoro, e partecipazione sociale.
Da un’utopia cresce una speranza concreta.
Il nostro obiettivo, quindi, non deve essere la piena occupazione intesa come lavoro retribuito per tutti, ma piuttosto la partecipazione di tutti a una società di cui ciascuno si senta protagonista a tutti gli effetti.Se vogliamo che il nostro Pianeta abbia un futuro, occorre piú solidarietà coi poveri e piú sobrietà nell’uso delle risorse, in altre parole, un’economia ecosociale e sostenibile.



